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Francesco Pennisi, una decorazione sul vuoto

Una decorazione sul vuoto
 
 
 
Ho conosciuto Francesco Pennisi ai primi anni Ottanta, quando presentai un suo concerto a Roma. Mi colpì la sua naturale eleganza spirituale (c'è un'eleganza dello spirito che si trasmette nei modi e nello sguardo), il suo fare pacato e un tantino ritroso. Ci scambiammo dei doni, io gli regalai il mio libro su Wagner (Wagner oggi, edito da Zanibon) e quello su Donatoni (pubblicato dalla Suvini Zerboni), lui mi inviò una sua composizione con dedica (l'ho appesa nello studio, insieme ad altre a me dedicate e ad autografi che mi sono carissime). La sua musica, così poco conosciuta in relazione alla sua qualità, mi rasserena e mi mette in tensione a un tempo, provocandomi spesso in maniera opposta e fornendomi sempre una bella sensazione di verità e di vitalità.
 
Pennisi nasce ad Acireale nel 1934 ed è venuto a mancare nell'ottiobre 2000. Da giovane si trasferisce a Roma, nel 1953, dove studia all'Università e, contemporaneamente, composizione con Robert Mann. Il suo esordio avviene a Palermo nel 1962, alla Terza Settimana Internazionale di Nuova Musica, con il brano L'anima e i prestigi. E' stato fra i fondatori dell'Associazione "Nuova Consonanza" di Roma e molte Istituzioni importanti gli hanno commissionato brani che sono stati, per la gran parte, eseguiti da interpreti prestigiosi.
 
La cultura del Barocco siciliano lo ha portato a scrivere in maniera elaborata, ma dietro all'arabesco - proprio come nel miglior Barocco - si nasconde il vuoto, il dubbio, Se appare il dubbio s'intitola una sua composizone per 5 strumenti, dove una figura musicale ritorna costantemente in forma sempre più interrogativa. La cultura antropologica sicialiana e quella del barocco si spoasano dando origine a un ornamento nervoso, come nella giovanile Cantata del 1967.
 
Fu figura appartata che instaurò con la pagina e col suono un soliloquio profondo. Il suo percorso creativo fu molto personale, rimanendo sostanzialmente estraneo, a parte nel periodo giovanile, alle influenze dei principali centri musicali degli anni Cinquanta e Sessanta.
 
Dopo un primo momento, trascorso sotto il segno della serialità e di esperienze aleatorie, dove Strutturalismo e casualità vengono accostati in maniera violenta, Pennisi inizia a far dialogare la struttura con il particolare prezioso. La struttura sembra dissolversi ed evaporare, come il suono corto degli strumenti a pizzico, come nel prediletto clavicembalo. Velate tensioni discorsive e un senso della mediterraneità sono alcune delle sue costanti compositive. In possesso di una scrittura sobria e nitida, costruita con frammenti di linee, quasi una decorazione in negativo formata da gesti lievi e canti nostalgici, Pennisi realizza una sorta di decorazione sul vuoto, dai tratti tanto eleganti quanto fuggevoli.
 
Riverberi, contrasti, rapporti di timbri sono delle caratteristiche della sua musica, dove spesso si presenta una tensione fra elementi diversi che conduce a soluzione esplosive che si risolvono nella dinamica, strettamente legata al timbro. La dinamica e la timbrica mutevoli hanno il compito di muovere un materiale che, di per sé, è piuttosto statico, realizzando una tensione fra staticità dell'impostazione e movimento dei colori. I suoi lavori mostrano spesso una dialettica fra nostalgia e ironia che contraddistingue il soliloquio degli artisti appartati. Forse il suo capolavoro, per ciò che concerne la musica da camera, è Carteggio, una sorta di percorso immaginario di incontri, che raccoglie vari brani degli anni Settanta (la prima esecuzione integrale risale al 1979).
 
Nei suoi pezzi per strumento solista e orchestra, come per esempio Fantasia (1977), il solista appare e subito scompare, risucchiato dall'orchestra di cui, sostanzialmente fa parte. Fra le sue composizioni, sono da menzionare quelle per voce e orchestra, dalla A Cantata on Melancholy del 1967 a Era la notte del 1982, da Aci, il fiume del 1986 a L'esequie della luna (Suite dall'opera teatrale omonima) del 1991. Pennisi si è dedicato anche alla musica di scena (soprattutto per i drammi di Eschilo) e al teatro. Per la precisione sono tre le opere teatrali, scritte a distanza di 10 anni l'una dall'altra: la prima è Sylvia simplex del 1972, segue Descrizione dell'isola Ferdinanda del 1982 e quindi L'esequie della luna del 1991: si tratta di un teatro da camera, fatto da elementi minimi, dove aspetti simbolici alludono a un'azione che non c'è.

Paolo Emilio Carapezza definì Pennisi "orafo del suono" per sottolineare il lavoro di fine cesello, indubbiamente questo aspetto del costruire meticolose trame sonore è quello sostanziale e costante in Pennisi, ma vi è anche l'aspetto onirico presente proprio nelle opere teatrali.
 
Fu anche raffinato grafico e il senso dell'immagine era importante anche per la musica, sempre fantasiosa e immaginifica, che esalta la scrittura con la penna e con l'inchiostro (si veda Deragliamento, un testo figurativo, del 1984, di natura autobiografica con parti musicali). Una volta ebbe a dichiarare: "la mia non è una musica di progetto, lavoro vagliando in continuazione il già scritto per confrontarlo con le fantasie del dopo, del non ancora scritto / …/ la mia scrittura è costituita con frammenti di decorazione pura."
 
 
 
Dal Programma di sala di Renzo Cresti, Teatro Comunale di Modena, concerto 3 Aprile 2001.


 
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Per Ada Gentile



 




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